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Lo dico al mio capo che faccio PMA?

Lo dico al mio capo che faccio PMA?

La scelta più difficile a volte non è clinica

Quando si affronta un percorso di PMA, una delle domande che torna più spesso -e che si porta dietro un peso enorme- non riguarda i protocolli, i farmaci o la scelta della clinica.

Riguarda il lunedì mattina in ufficio.

Lo dico? Non lo dico? E se lo scoprono da soli?

La mia scelta

Anch’io me lo sono chiesta.

Ho deciso di non dire nulla del mio percorso al lavoro. Non per paura, ma perché sapevo che la mia titolare aveva vissuto in prima persona due tentativi di PMA non andati a buon fine. Lei raccontava di averlo superato, ma io non volevo rischiare di riaprire una ferita che forse non si era mai davvero chiusa.

Ho scelto il silenzio per delicatezza, non per debolezza.

E questa distinzione, col tempo, mi ha insegnato qualcosa di importante: tacere può essere un atto di cura. Verso gli altri, ma soprattutto verso sé stesse.

    Perché invece la maggior parte delle donne tace

    Le ragioni più comuni che sento dalle donne che mi contattano, però, sono altre.

    Si tace soprattutto per paura. Paura di essere messe da parte, di perdere progetti importanti, di essere percepite come “inaffidabili” proprio nel momento in cui si sta attraversando qualcosa di enormemente impegnativo. Si tace per evitare sguardi di commiserazione, domande non richieste, aggiornamenti obbligatori su come sta andando.

    E si tace -e questo è il dato più triste- perché il rischio non viene solo dall’alto. Il mobbing, il ridimensionamento, la pressione sottile non arrivano sempre dai superiori. A volte arrivano dalle colleghe. Dalle donne.

    Ma allora, lo dico al mio capo che faccio PMA?

    Spiace dirlo, ma raramente è utile farlo.

    Lo so che non è la risposta che ci si aspetta. Siamo abituate a leggere articoli che incoraggiano la “cultura della trasparenza” e il “dialogo aperto con le HR”. E in un mondo ideale, sarebbe giusto.

    Ma nel mondo reale, chi sta cercando una gravidanza in modo “naturale” non va certo a raccontarlo al proprio responsabile. La PMA non è diversa. È un percorso medico privato, e ha tutto il diritto di restare tale.

    Anche dal punto di vista legale, come abbiamo visto nella scorsa newsletter, la tutela esiste e garantisce la privacy. Non è necessario spiegare nulla al datore di lavoro per essere protette. Il certificato medico riporta solo i giorni di assenza, non la diagnosi.

    Quindi no: non esiste un obbligo morale di trasparenza a tutti i costi. E, purtroppo, raramente esiste un vantaggio concreto.

    L’unica bussola che conta

    Se c’è una cosa che mi sento di dire con certezza, dopo anni di consulenze e di esperienza diretta, è questa: il lavoro non dovrebbe MAI entrare nelle nostre scelte più intime.

    Non dovremmo mai trovarci a posticipare un tentativo, a rinunciare a un transfer, a scegliere una clinica meno adatta perché “non è il momento giusto al lavoro”. Non dovremmo mai permettere che la nostra carriera decida se e quando diventare madri.


    Il lavoro è importante. Ma non è tutto. E, soprattutto, non è nostro giudice.

    Se hai domande su come orientarti in questo percorso, da un punto di vista clinico, burocratico o organizzativo, io sono qui.

    Immagine di copertina di Vitaly Gariev su Unsplash distribuita con licenza CC0