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Il/la partner e il lavoro: l’altro lato invisibile della PMA

Il partner o la partner nei percorsi di PMA

Quando si parla di PMA e lavoro, si parla quasi sempre di lei, della donna che affronta il percorso: gestisce le assenze, nasconde le emozioni, porta il peso organizzativo ed emotivo di tutto.

È giusto. È necessario. Ma c’è un altro lato di questa storia che rimane quasi sempre nell’ombra.

Quello del partner.

Il partner maschile: presente, ma invisibile

In Italia, il partner maschile in un percorso di PMA non ha diritto ad alcuna tutela lavorativa, salvo nei rari casi in cui debba sottoporsi a veri e propri interventi chirurgici o, ovviamente, quando deve effettuare degli esami. Per tutto il resto, non esiste nulla. Niente mutua, niente permessi dedicati, niente riconoscimento ufficiale del fatto che sta attraversando anche lui qualcosa di impegnativo.

Il risultato? Nella maggior parte dei casi, il partner non si pone nemmeno il problema. Non ne parla al lavoro -spesso perché non ci pensa, a volte perché sa già che non cambierebbe nulla. E quando deve fare delle scelte, le fa in silenzio.

Una delle più comuni: rinunciare ad accompagnare la compagna o moglie durante gli esami più impegnativi e programmando le visite fuori dall’orario lavorativo, per conservare i giorni di ferie o permesso per i momenti davvero cruciali: il pick-up e il transfer. Soprattutto se il percorso si fa all’estero o in un’altra regione, dove l’assenza richiede più giorni.

E così succede che molte donne si facciano supportare per gli esami da un’amica, una sorella, la madre. Non perché il partner non voglia esserci, ma perché il sistema per lo più non gli lascia altra scelta.

    La partner femminile: per la legge, non esiste

    Se la situazione del partner maschile è difficile, quella della partner femminile in una coppia di donne è ancora più complessa, perché il problema non è solo pratico, ma strutturale.

    La legge 40, che regola la procreazione medicalmente assistita in Italia, riconosce e tutela esclusivamente le coppie eterosessuali. Le donne singole e le coppie di donne non hanno diritto a nulla: non alla mutua, non ai rimborsi delle spese mediche nella dichiarazione dei redditi, non ad alcuna forma di riconoscimento del percorso che stanno affrontando.

    E poiché in Italia non possono accedere alla PMA, sono per forza costrette ad andare all’estero, sostenendo costi elevati e senza alcun supporto.

    È una discriminazione strutturale che merita di essere sottolineata chiaramente, senza giri di parole. Una discriminazione che, va detto, riguarda il percorso fino al parto, perché oggi -grazie alla sentenza n. 68/2025 della Corte Costituzionale- entrambe le partner possono poi riconoscere legalmente i figli e le figlie nati da PMA legittimamente effettuata all’estero. Un passo importante, atteso da troppo tempo, ma che non risolve tutto ciò che viene prima.

    Il transfer: il primo momento davvero emozionante

    C’è un dettaglio che, per conto mio, racconta molto di come l’Italia tratti il partner nel percorso di PMA.

    Nei centri pubblici, la sua presenza nella sala del transfer è fuori discussione: non è prevista e basta. Ma anche nel privato, sono pochissime le cliniche che ammettono il partner ad assistere al momento più significativo dell’intero percorso.

    Perché ammettiamolo, il transfer è l’unico istante che porta un po’ di emozione umana in procedure che altrimenti possono risultare piuttosto fredde e meccaniche. È il momento in cui un embrione viene accolto. Ma nel nostro paese è quasi sempre un momento solitario.

    Le eccezioni esistono -e non a caso sono quasi sempre rappresentate da sedi italiane di cliniche straniere. All’estero, infatti, la presenza del partner o della partner in sala transfer è data per scontata. È considerata normale, anzi auspicabile.

    In Italia, è ancora un privilegio raro.

    Quello che manca


    Il partner o la partner non sono un’appendice del percorso di PMA. sono persone che desiderano diventare genitori, che affrontano ansie, attese e delusioni, che rinunciano a ferie e tempo libero per essere presenti dove possono, e che spesso devono scegliere a quale momento dare la priorità perché il sistema non gliene concede abbastanza.

    Riconoscerlo non è solo giusto. È necessario. Per chi vive il percorso e per chi, nelle aziende e nelle istituzioni, potrebbe fare qualcosa per cambiare le cose.

    Qualcuno ha già iniziato. Intesa Sanpaolo, ad esempio, ha esteso da tempo permessi e tutele per la genitorialità anche alle famiglie omogenitoriali – e sì, ben prima che la Corte Costituzionale intervenisse. Non è un caso isolato, ma ci mostra che le cose si possono cambiare.

    Per ora, però, è ancora un’ammirevole eccezione. E le eccezioni, per diventare regola, hanno bisogno che qualcuno continui a nominarle.


    La presenza del nostro o della nostra partner nei momenti cruciali del percorso è importante e sottovalutata.

    Se hai domande su come rendere il percorso più semplice e sereno, da un punto di vista clinico, burocratico o organizzativo, io sono qui.

    Immagine di copertina creata con ChatGPT