Per tutti i post precedenti di questa categoria ho parlato di come gestire il silenzio. Come proteggere la propria privacy al lavoro, come giustificare le assenze senza spiegare troppo, come portare avanti una doppia vita senza crollare.
Oggi cambio prospettiva.
Perché se prima di coronare il sogno di genitorialità con la PMA il silenzio era spesso la scelta più saggia, dopo non lo è più. E anzi, rompere quel silenzio è forse la cosa più importante che si possa fare.
L’esercito invisibile
Le statistiche dicono che 1 coppia su 6 -secondo alcune statistiche addirittura 5- affronta problemi di infertilità. I dati del Ministero della Salute ci dicono che nel 2023 quasi 90.000 coppie si sono sottoposte a trattamenti di PMA in Italia. Un numero enorme e in costante crescita.
Eppure se ne parla pochissimo. Come se fosse una colpa, come se ci fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Siamo un esercito silenzioso e sempre più numeroso. E questo silenzio non ci sta proteggendo: ci sta isolando.
Un paragone su cui fa riflettere
Proviamo a immaginare per un momento di trattare le altre malattie come trattiamo l’infertilità.
Una donna con il diabete che sente dire: “Ma ti sei rilassata? Anche la sorella della cognata di mia cugina aveva il diabete, poi è andata in vacanza ed è passato tutto”. O un cardiopatico a cui si suggerisce di non non accanirsi con tutti quei farmaci, che a non pensarci sicuramente passa.
Assurdo, vero? Eppure quando si parla di infertilità, di figli che non arrivano, il consiglio di rilassarsi arriva puntuale. Come quello di fare una vacanza. O di non pensarci. Perché “la vip di turno si è rilassata al mare ed è tornata incinta.”
Ecco, io -che sono una brutta persona- me la immagino a rilassarsi sulla spiaggia di Barceloneta dopo un transfer. 😄
L’infertilità è una condizione medica. Non si risolve con una settimana al mare. E continuare a trattarla come se fosse una questione di stress o di pensieri negativi non fa solo male a chi la vive, ma perpetua un tabù che impedisce a migliaia di persone di cercare aiuto in tempo.
Un precedente che mi dà speranza
C’era un’altra malattia di cui non si parlava quando ero bambina. Si diceva sottovoce, se proprio era necessario nominarla. Si usavano perifrasi, si abbassava la voce, ci si guardava intorno prima di pronunciare la parola.
Il cancro.
Oggi non è più così. Oggi si parla di diagnosi, di protocolli, di guarigioni. Si fanno campagne, si raccolgono fondi, si cammina insieme nelle piazze. Non è ancora perfetto, ma è infinitamente meglio di prima.
La PMA può fare lo stesso percorso. Anzi, lo sta iniziando a fare: lentamente, a fatica, ma lo sta facendo.
E ogni volta che qualcuna di noi sceglie di parlarne, quel percorso si accorcia un po’.
L’effetto domino
C’è una cosa che succede quasi sempre quando si decide di raccontare il proprio percorso di PMA, anche solo a una persona e in modo parziale: si scopre di non essere sole.
“Ma sai che anch’io ho avuto difficoltà?” “Mia sorella ha fatto tre transfer prima di riuscire.” “Mia nipote sta affrontando proprio ora un percorso in Spagna.”
L’infertilità è ovunque intorno a noi. Nelle nostre famiglie, tra le nostre amiche, tra le nostre colleghe. Semplicemente, non lo sappiamo perché nessuno ne parla.
Invece, più ne parliamo, più diventa normale. E meno altre donne e coppie si sentiranno in difficoltà ad affrontarla, a chiedere aiuto, e non si vergogneranno di ciò che stanno vivendo.
Purtroppo i dati ci dicono che la PMA sarà sempre più la norma. I problemi di fertilità sono in aumento, l’età media in cui si cerca una gravidanza si alza, le tecniche diventano sempre più accessibili. Ignorare questa realtà non la farà sparire.
Una porta aperta, anche per le aziende
Voglio rivolgere un pensiero rivolto anche a chi mi legge con un ruolo diverso: chi lavora nelle risorse umane, chi gestisce team, chi ha voce in capitolo sul benessere organizzativo e aziendale.
Un ambiente di lavoro informato sulla PMA è un ambiente più sereno. Non perché tutti debbano sapere tutto di tutti (ho speso molte parole al diritto alla privacy), ma perché la consapevolezza riduce i pregiudizi, alleggerisce i silenzi, e crea uno spazio in cui chi sta attraversando questo percorso non debba fingere ogni giorno che vada tutto bene.
È un sogno che coltivo, quello di poter portare questa consapevolezza dentro le aziende, attraverso formazione e sensibilizzazione. Un sogno che sento sempre più vicino. E spero possa esserci qualche azienda in più che ha voglia di ascoltare.
Se hai domande su come rendere il percorso più semplice e sereno -da un punto di vista clinico, burocratico o organizzativo- o se la tua azienda vuole fare quel passo in più, io sono qui.
Immagine di copertina di Christina @ wocintechchat.com M su Unsplash distribuita con licenza CC0

